Dottor AI: perché i giovani si rivolgono all’intelligenza artificiale per la propria salute mentale
Nell’era post pandemica, la salute mentale è diventata centrale nel dibattito pubblico nazionale ed internazionale. Ansia, difficoltà emotive, senso di precarietà e solitudine segnano in modo profondo gli adolescenti e i giovani adulti, che crescono in ambienti iperconnessi ma allo stesso tempo fragili, dove i confini tra vita online e offline sono sempre più sfumati.
Per anni, la ricerca scientifica si è concentrata sull’uso dei social media e sul loro impatto nella vita delle persone: l’esposizione costante al confronto e al giudizio continuo influisce significativamente sulla nostra serenità. In particolare, su quella delle nuove generazioni. Per comprendere le ragioni di un fenomeno sociale così urgente, occorre osservare il contesto complesso entro cui vive la Generazione Z. I nati tra il 1997 e il 2012, oggi più che mai fanno i conti con la precarietà scolastica e lavorativa, la crisi climatica, il sovraccarico informativo e la relazione umana sempre più mediata dallo smartphone.
In questo contesto, secondo il Pew Research, quasi la metà degli adolescenti presi in analisi ritiene che i social media abbiano un impatto negativo sulla salute mentale dei propri coetanei, mentre molti genitori percepiscono i propri figli come vivessero “in un mondo artefatto” che li allontana dalla famiglia.
È in questo spazio che si inserisce l’intelligenza artificiale che colma così una distanza che è triplice: affettiva, educativa e comunicativa.
Un vuoto che l’AI sta riempiendo
Molte ragazze e molti ragazzi raccontano di rivolgersi all’AI nei momenti di confusione emotiva, quando manca il coraggio di parlare con un adulto e il bisogno di chiarezza diventa urgente. L’AI aiuta a mettere ordine: a trovare le parole più giuste, a dare nome alle emozioni, a non sentirsi soli nell’istante in cui tutto sembra troppo. Un’inchiesta del The Guardian, infatti, mostra che tra i 13 e i 17 anni, circa un adolescente su quattro nel Regno Unito ha usato un chatbot AI per ottenere supporto riguardo alla propria salute mentale nell’ultimo anno, spesso perché percepisce i servizi tradizionali come poco empatici. Alcuni giovani descrivono l’AI come un “amico” sempre disponibile e non giudicante, questo mentre vari esperti sottolineano che l’AI non può sostituire il supporto umano e il suo uso non regolamentato può comportare rischi.
È evidente che i giovani siano arrivati al punto di chiedere all’AI ciò che non trovano facilmente altrove: ascolto immediato, linguaggio semplice, assenza di giudizio, continuità di presenza.
E questo apre una domanda più grande, che riguarda gli adulti: perché i ragazzi sentono il bisogno di parlare con una tecnologia invece che con chi li circonda?
Genitori e scuola: un ruolo educativo in trasformazione
Il tema centrale non è tecnologico: è educativo. Molti adolescenti vivono un senso di distanza emotiva dagli adulti di riferimento - che siano genitori, insegnanti, figure educative - che spesso faticano a intercettare i segnali di disagio, confusi da un linguaggio emotivo nuovo e da modalità di espressione che cambiano velocemente.
L’AI diventa uno strumento facilitatore: riempie un vuoto di ascolto, di tempo e presenza. È la tecnologia a offrire un primo livello di decompressione, una “stanza neutrale”, “un lettino virtuale” dove sperimentare il linguaggio delle emozioni prima di trovare il coraggio di rivolgersi a un adulto in carne e ossa.
Una recente meta-analisi pubblicata su JMIR conferma che i chatbot possono ridurre alcuni sintomi di disagio psicologico nei giovani, pur non sostituendo la terapia umana. Allo stesso tempo, secondo l’Atlante dell’Infanzia di Save the Children, oltre il 41% degli adolescenti tra i 15 e i 19 anni si è rivolto all’intelligenza artificiale per chiedere aiuto in momenti di tristezza, solitudine o ansia. Esistono tuttavia limiti evidenti. L’AI non comprende davvero la sofferenza, non sostiene nel tempo, non può essere il perno del benessere psicologico di un ragazzo. Ma può essere una soglia, un attivatore, un ponte tra vulnerabilità e richiesta di aiuto, tra silenzio e parola.
Non è l’AI ad avere conquistato i giovani ma la mancanza di spazi di ascolto adeguati ad averla resa una necessità.
Cinque questioni decisive per comprendere il disagio giovanile
1. Social network: tra opportunità e rischi
I social network sono un amplificatore di insicurezze preesistenti, non la causa della fragilità delle giovani generazioni. Se da un lato espongono a un confronto continuo, dall’altro creano un senso di comunità e normalizzano la richiesta di aiuto psicologico.
2. Gli effetti dei social sulla salute mentale
Studi internazionali mostrano un aumento dell’ansia connesso all’uso intensivo degli schermi e alla saturazione dell’attenzione digitale. Lo psicologo Jonathan Haidt evidenzia una correlazione tra aumento dei disturbi d’ansia e diffusione degli smartphone dal 2010.
3. Ansia come parola generazionale
L’ansia oggi è un linguaggio vero e proprio: descrive pressione sociale, paura del futuro, disorientamento dei più giovani. L’AI aiuta a riformularla, a distinguerla, a nominarla quando ancora sembra troppo difficile.
4. Digital wellbeing come competenza educativa
Una competenza trasversale e intergenerazionale. Saper gestire attenzione, pause, contenuti tossici diventa una abilità da sviluppare.
5. Supporto emotivo: un bisogno crescente
Le giovani generazioni cercano qualcuno (o qualcosa) che sia loro accanto mentre imparano a formulare le proprie domande.
Da dove ripartire: la sfida educativa
È facile cadere nella tentazione di demonizzare l’AI, come già accaduto con i social media, pensando così che la questione non ci riguardi. Eppure, il modo in cui i giovani la utilizzano quando si parla di salute mentale racconta una richiesta chiara: ascolto, parole meno giudicanti, adulti capaci di restare accanto senza interpretare o minimizzare ciò che viene vissuto. Le nuove generazioni si rivolgono all’AI anche perché spesso non trovano negli adulti uno spazio emotivo immediato quando il bisogno emerge. Accanto alla regolamentazione dell’AI, la vera sfida educativa è rafforzare la capacità di intercettare il disagio giovanile prima che diventi sofferenza profonda.
In questo orizzonte nasce Vite – Storie di felicità, un’iniziativa promossa da Generali che attraversa i territori con incontri dal vivo e testimonianze dirette, trasformando il racconto in uno spazio di ascolto reale e intergenerazionale. Formatori, sportivi, artisti, manager, docenti, musicisti e creator condividono il proprio percorso verso la felicità, stimolando un confronto aperto per la comunità. Il progetto prevede un appuntamento per gli studenti e una replica serale aperta al pubblico e nel 2026 toccherà diverse città italiane, per creare spazi di ascolto prima che il disagio diventi emergenza, ricordando che se nessuna tecnologia può sostituire la cura umana, l’innovazione può aiutarci a riconoscere quando è il momento giusto per offrirla.